Lampedusa entra nella carne, irrompe nella mente e lascia in bocca un sapore amaro, quello del sale e dolce, quello dell’accoglienza. Quattro giorni, dal 30 al 3 Ottobre, in 200 tra ragazzi e docenti ci siamo riuniti sull’isola, ultimo lembo di terra italiana. Le nostre provenienze erano diversissime, un incontro di tutte le regioni d’Italia arricchito dalla presenza delle scuole greche, tedesche, finlandesi, svedesi, austriache, slovacche, svedesi, lituane ed irlandesi.

Il MIUR, promotore di questo incontro denominato “L’ Europa inizia a Lampedusa” con la collaborazione del “Comitato 3 ottobre”, ha offerto una opportunità unica ai giovani. Con la volontà e la determinazione di fare memoria della tragedia del 3 ottobre 2013, in cui 368 persone migranti persero la vita, si è costruita un’occasione irripetibile. La qualità dei workshop è stata davvero apprezzabile, la loro forza era quella della concretezza. Medici, legali, volontari, giudici hanno riportato il loro vissuto, hanno coinvolto gli alunni in simulazioni ed hanno parlato di fatti, di azioni, di persone. Queste persone sono sopravvissute a quel terribile evento; ragazzi e ragazze che abbiamo conosciuto, abbiamo ascoltato, toccato, a cui abbiamo sorriso. Molte domande occupavano la nostra mente: “Come può una madre affidare ad un trafficante il proprio figlio?”, “Come si può stare chiusi per ore, giorni, seminudi in una stiva dove l’aria manca e la morte ti siede accanto?”, “Come può un corpo umano sopportare tanta sofferenza fisica e psicologica?”, “Perché abbracciare la morte con un figlio in grembo e due stretti per mano? Come? Perché? Ci hanno risposto. Nessuno di loro sarebbe voluto partire, nessuno. Libertà era restare, ma nei loro paesi schiacciati da dittature, violenze, povertà la libertà non esiste. Meglio morire alla ricerca di un po’ di pace. Su 10 persone che partono, solo due o tre resteranno in vita. Ci ha sconvolto la lettera che uno dei sopravvissuti ha letto davanti alla folla che ha marciato fino alla porta d’Europa. Era indirizzata al fratello morto il 3 ottobre. È stato un grido di dolore composto ma penetrante di chi è rimasto nella sofferenza e ripete “per fortuna che non ci siamo scambiati”, per fortuna che sei morto tu ed io devo portare questo dolore e questo fardello tanto pesante sulle spalle. Video, visite al Museo del Dialogo e della fiducia, riflessioni ci hanno informato e formato scardinando stereotipi e costruendo consapevolezza. Il reading finale con il violinista siriano Alaa Arshid ha riempito il cielo di Lampedusa con la forza delle note e delle parole: due storie di chi ce l'ha fatta ed ora chiede solo una cosa: portare a casa i propri morti. “Il dialogo con i morti non deve interrompersi fino a che non ci consegnano la parte di futuro che è stata sepolta con loro”, scrive Heiner Müller, e questi rifugiati hanno bisogno di futuro. Si ritorna a casa, diversi, arricchiti, desiderosi di raccontare, di agire perché abbiamo capito che l’immigrazione non è un problema, non è un’emergenza, ma è un fenomeno che va gestito insieme senza paura. Gli alunni: Sara Filippetti, Marie Juliette Lizzardi, Giulia Mancinelli, Ricci Pietro Prof.ssa Silvia Pascucci (Gruppo Marche, Ancona)

Il Liceo Galilei a Lampedusa